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INFORTUNI SUL LAVORO – SE NE PARLA TROPPO E SI FA TROPPO POCO

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INFORTUNI SUL LAVORO – SE NE PARLA TROPPO E SI FA TROPPO POCO, ANZI QUASI NIENTE.

In questo nostro articolo non prenderemo in considerazione gli “infortuni in itinere” i quali sono generati da cause e dinamiche a se stanti.

Ritorneremo però su questo tema in futuro, perché riveste un’importanza enorme sia dal punto di vista delle perdite umane sia dal punto di vista sociale.

Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha pubblicato uno studio nel quale si quantifica che ogni decesso a causa di incidente stradale, ha un costo sociale di 1,5 milioni di euro.

Con una semplice moltiplicazione si scopre che il fenomeno annualmente incide sulla nazione per molti miliardi di euro.

Di infortuni sul lavoro si parla e si scrive spesso, anzi troppo spesso, specialmente quando la stampa e i media in genere, per fare audience, non certo perché interessati al drammatico problema, spendono inchiostro e parole a volontà ogni volta che uno di questi fatti accadono.
Poi, regolarmente, quando il clamore della notizia e l’indignazione popolare scemano, su questo annoso problema tutto tace e si ritorna ad un colpevole assordante silenzio; non ci si interroga più sul perché accadono gli infortuni e chi coinvolgono.

Eppure basterebbe leggere i dati ufficiali dell’Inail per capire l’estrema gravità del fenomeno; ogni anno all’Istituto arrivano circa 550.000 denunce di infortunio delle quali 1.200 circa con esito mortale; 25.000 circa sono invece le invalidità permanenti causate dagli incidenti; a questi primi dati dobbiamo aggiungere un numero impressionante di feriti, spesso gravi.

La prima considerazione che ci sentiamo di fare è che, realmente, gli infortuni sul lavoro che si verificano in Italia sono circa un milione; quindi dobbiamo pensare che una percentuale altissima di sinistri non venga nemmeno portata a conoscenza delle istituzioni e, chiaramente, in questo caso, non ci riferiamo a quelli con esiti mortali.

Questo deprecabile fatto comporta una sostanziale falla nei dati a disposizione dell’Inail, che chiaramente, non riesce a focalizzare correttamente l’importanza del problema.

Quando accade un incidente le parti interessate sono sostanzialmente due; il dipendente che lo subisce e il suo datore di lavoro; stabilire perché un sinistro non venga denunciato non è proprio semplice.

Da un lato possiamo avere il dipendente che tende a sminuire l’accaduto o addirittura a catalogare lo stesso come incidente domestico o altro; accade troppo frequentemente, infatti, che il dipendente non denunciando l’accaduto voglia spuntare delle condizioni di lavoro migliori o addirittura entrare o rientrare nelle grazie del proprio datore di lavoro.

Questo ultimo, poi, non ha alcun interesse a denunciare un infortunio per diverse intuibili ragioni; per esempio costi e responsabilità magari penali.

C’è poi una terza possibilità che riguarda il lavoro in nero; in questi casi denunciare un sinistro è intuitivamente poco raccomandabile.

Ecco allora che, secondo noi, gli uffici ispettivi dell’Inail, in collaborazione con l’Inps, dovrebbero prestare molta più attenzione al sommerso ed indagare per capire perché e chi ha omesso la denuncia; bisogna capire se dietro la malattia di un lavoratore non ci sia celato un infortunio e la gravità dello stesso.

La nostra seconda considerazione scaturisce dallo studio dei dati Inail, che dimostrano in maniera chiara che una grande parte degli incidenti sul lavoro si verifica in presenza di appalti ma anche e soprattutto di subappalti.
La speciale Commissione d’Inchiesta creata ad hoc per questa problematica, ha evidenziato che, anche se le disposizioni vigenti proibiscono espressamente di effettuare ribassi esagerati sui costi per la sicurezza nelle gare d’appalto, proprio al fine di garantire le massime tutele per i lavoratori, nella pratica questo divieto viene spesso aggirato, soprattutto attraverso la catena dei subappalti; catena che quanto più si allunga tanto più rende difficili i controlli.

Questa scandalosa situazione si riscontra soprattutto negli appalti del settore privato, per il quale la legge non impone procedure di gara o meccanismi di selezione degli appaltatori, essendo tutto basato sulla libera contrattazione delle parti; la conseguenza è che normalmente i committenti scelgono le imprese appaltatrici che offrono i prezzi più competitivi, magari a scapito della qualità o di altri aspetti come le tutele della sicurezza sul lavoro.

Noi denunciamo, però, che queste anomalie si ritrovano anche nel settore pubblico; nonostante qui esistano procedure e controlli più severi, le norme sono spesso disattese e molte aziende, per offrire prezzi più bassi nelle gare d’appalto, cercano di risparmiare proprio sui costi per la sicurezza, accrescendo i rischi per i lavoratori.

Molte amministrazioni appaltanti, utilizzano come criterio di valutazione delle offerte, quasi esclusivamente, il massimo ribasso d’asta che, pur del tutto legittimo, può però creare una serie di inconvenienti.

Questo criterio è infatti previsto dalla normativa vigente (che è poi quella di derivazione comunitaria) insieme a quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa e dovrebbe aiutare le pubbliche amministrazioni a contenere i costi a parità di prestazioni.

Ma ciò avviene, però, pagando un caro prezzo in termini di infortunistica.
Allora noi ci domandiamo cosa aspettano le nostre autorità ad intervenire in maniera pressante sui contratti di appalto che prevedono un costo che, obiettivamente, risulta troppo basso (parliamo di ribassi sino al 50%) per coprire anche le adeguate e necessarie spese per la prevenzione infortunistica.

I ministeri competenti continuano da anni a fare la melina e ad attuare la tattica dello scarica barile interministeriale, provocando, di fatto, la stagnazione della risoluzione del problema.

La terza nostra considerazione riguarda una precisa categoria di persone più soggetta di altre agli infortuni sul lavoro; ci riferiamo alla nutrita popolazione degli immigrati; naturalmente prendiamo in considerazione solo l’immigrazione regolare o regolarizzata.

Trattiamo in modo specifico questo argomento perché i dati Inail in merito non lasciano campo ad equivoci.

Negli ultimi anni, i morti sul lavoro sono in aumento, ma solo tra i lavoratori stranieri.

Tra i lavoratori italiani avviene un infortunio ogni 25 persone al lavoro, tra quelli extracomunitari uno ogni 10; inoltre un infortunio ogni 500 denunciati, ha esito mortale, una incidenza altamente drammatica.
Proviamo a dare una spiegazione a questo inaccettabile fenomeno.

Gli immigrati, nella stragrande maggioranza dei casi, sono inquadrati in contratti a tempo determinato, che per nostra diretta esperienza, sono utilizzati massicciamente nelle aziende che svolgono, in massima parte, lavori in appalto.

In queste tipologie di contratti la formazione e la relativa valutazione dei rischi sono quasi sempre disattese.

Non c’è tempo e volontà di formare l’immigrato che spesso svolge mansioni ad alto rischio senza nemmeno rendersene conto e senza la dovuta preparazione ed è, quindi, molto soggetto ad infortuni.

Vista la gravità della situazione, in questo specifico ambito, le autorità devono, a nostro giudizio, applicare delle norme specifiche, affinchè questa determinata categoria di lavoratori venga continuamente monitorata per accertare in maniera inequivocabile che i datori di lavoro abbiamo fatto svolgere ai propri dipendenti un’adeguato numero di ore di formazione specifica degli ambiti lavorativi di competenza.

Riassumendo, quindi, è necessario intervenire seriamente ed urgentemente sul problema degli infortuni sul lavoro, adottando delle misure efficaci di prevenzione, anche e soprattutto di carattere normativo e ispettivo; inoltre, la fase riguardante le indagini sull’accaduto, deve essere scrupolosa e mai sommaria; se necessario bisogna anche inasprire le pene nei confronti di coloro che causano o omettono di denunciare un sinistro, o che non adottano tutte le cautele per evitarlo, siano essi datori di lavoro o lavoratori.

La cosa più grave sarebbe, da parte delle istituzioni, considerare gli infortuni sul lavoro solo come tragiche e inevitabili fatalità; tali certo non sono e chi di dovere se ne deve rendere conto una volta per tutte.

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