HomeFORMAZIONENessuna energia al mondo può fondere due pensieri che non si appartengono.

Nessuna energia al mondo può fondere due pensieri che non si appartengono.

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A cura di:
Ennio De Luca

Uno sguardo al passato ci aiuterà a capire quale futuro stiamo edificando. La Costituzione italiana è un manifesto che raccoglie ancora un grande consenso popolare anche se, “nel paese di Pulcinella”, quando non si scherza non è detto che si faccia sul serio.

La nostra Repubblica è fondata sul lavoro; la salute è un principio inscindibile della nostra democrazia; le aziende perseguono la massimizzazione dei profitti nel rispetto dell’utilità sociale ed attendono costantemente alla sicurezza e alla dignità dei lavoratori. Le imprese pagano retribuzioni proporzionate alla quantità e qualità del lavoro prestato; la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori sono principi che compenetrano e configurano ogni risoluzione manageriale. Beh, se qualcosa vi dice che le cose non stanno così, se avete il sospetto che il Totem delle leggi sia stato evirato e che il Capo dello Stato si sia dimenticato di vigilare sul rispetto della Costituzione, state muovendo il primo passo in direzione della “consapevolezza”, stazione di transito verso “l’illuminazione”.

La distanza tra il dire e il fare, trascende da sempre la liturgia costituzionale e si espande ovunque: dalle leggi agli accordi collettivi e dalle promesse elettorali ai contratti individuali. Perché stupirsi, allora, se anche i cittadini più miti e colloquiali reclamano, oggi, la formula Jeffersoniana (Thomas Jefferson- terzo presidente americano) “L’albero della libertà deve essere rinvigorito di tanto in tanto con il sangue dei patrioti e dei tiranni”; una soluzione, peraltro, già impiegata in epoca presocratica dove, per riprendersi il maltolto, il popolo non esitava a far volare anzitempo qualche testa all’Inferno. Vale la pena ricordare che anche nell’Italia del 1945, si giunse a tanto anche se quei lutti servirono solo a schiudere una speranza disattesa.

Tutti figli di Rockefeller

Denaro, potere ed affermazione sociale sono le cause primarie, non certo non le uniche, del conflitto sociale. Un equo principio regolatore della distribuzione della ricchezza risolverebbe istantaneamente gran parte dei problemi legati alle cattive relazioni umane, dagli screzi alle guerre. Speranze di soluzione? Senza una rivoluzione culturale, preceduta da prevedibili lutti, nessuna! Tutti gli esperimenti di democrazia distributiva sono, storicamente, finiti nel sangue. E allora? In attesa di un futuro migliore, necessariamente legato all’istinto di sopravvivenza, proviamo ad organizzarci, se non altro, per vivere meglio

“Dove c’è unità c’è sempre la vittoria” … Publilio Siro

Più del 95% dell’umanità vive nella spirale del topo, costretta a lavorare penosamente per esistere. Disaggregata e governata per essere organica agli interessi del privilegio, di cui è totalmente asservita, la maggioranza degli uomini, rappresenta un Davide senza fionda al cospetto di un Golia con il carro armato. La storia, poco letta e ancor meno compresa, traccia, inascoltata, la precondizione per l’affermazione della giustizia sul privilegio: “La costituzione di un ampio fronte di lotta, coeso, determinato e consapevole, cementato da un programma preordinato e condiviso. A condurre l’esercito del riscatto, non uomini da adorare ma idee da rispettare. Le idee sono resistenti alla corruzione, gli uomini, molto meno

Il mondo del lavoro

La stagione della concertazione, che la maggior parte dei sindacalisti si ostina ancora a sostenere, è sepolta, da lustri, sotto il peso di risultati dolorosi e di sconfitte che si potevano evitare. “Si concerta tra eguali ( o quasi). Aprire una trattativa per non ottenere nulla o, come capita spesso, per perdere anche l’acquisito, non è solo una decisione irresponsabile, è manifesta stupidità (forse anche tradimento). Se la stagione delle “piattaforme rivendicative” è il passato remoto quella delle “trattative a perdere” era già il presente nel secolo breve. Al dunque: Le contrattazioni si fanno solo se c’è interesse a propiziarle. Diversamente, lasciamo alla politica l’onere e l’onore di intervenire; sapremo come ringraziarla o punirla nel momento elettorale. Se l’interesse del lavoro concorre con quello del capitale e del profitto”, le rivendicazioni sindacali, dovranno rappresentare solo e faziosamente l’utilità del lavoro; mai rincorrere le proposizioni aziendali, una strategia che assicura alla controparte il privilegio di circoscrivere il campo e le regole del gioco, mettendoci alla corda ancora prima di iniziare il confronto

Secondo il vangelo del defunto Marchionne. “Il sindacato frena il libero dispiegarsi dell’attività produttiva”.

Senza soffermarsi (ne varrebbe la pena) sulla funzione ed il ruolo delle organizzazioni dei lavoratori nella realizzazione di una società democratica, solo un ignorante o un soggetto “troppo” interessato a gabbarci, potrebbe sostenere che il sindacato nuoce alla produttività. L’istituzione sindacale esiste perché esiste l’azienda e si rinforza quando l’azienda è in fase espansiva. È interesse di entrambe le parti che gli affari vadano bene e che il clima lavorativo sia sereno ed operoso. Il conflitto sindacale si dispiega (può dispiegarsi) solo al termine del ciclo produttivo, nella fase di distribuzione della ricchezza. Certo, se il management non rispetta le regole non può certo attendersi il compiacimento sindacale. La narrativa imprenditoriale dipinge il lavoro come una comune merce, senza riflettere sulle anomalie di questo prodotto, capace di organizzarsi per negoziare e perfino di arricchire il capitale e il profitto con i suoi richiesti atti di consumo. I sostenitori della deflazione salariale sostengono la comoda tesi che il costo del lavoro segue la legge della domanda e dell’offerta, forse per questo finanziano le ONG che ci riempiono di cinesi e di africani. Non sarebbe la classe dirigente a quotare il valore della manodopera ma il mercato, un equilibratore autorevole e soprattutto imparziale. Balle! Annientata la definizione di costo da attribuire al lavoro e sostituita con quella di valore intangibile, Il dogma dottrinale si realizza solo in condizioni di egemonia manageriale. Quando gli equilibri di forza cambiano, il valore del lavoro segue altre dinamiche (in particolare la forza sociale e politica della parte negoziale e le sue strategie di lotta). Secondo il credo aziendale, mettere i lavoratori in competizione sprigiona energie positive e facilita l’emersione del valore potenziale. I danni provocati da questa menzogna sono davanti agli occhi di ogni essere pensante. Se vanno senz’altro premiati il merito, l’impegno, l’onestà e la produttività, guai ad ignorare la moralità, la solidarietà, il cameratismo e il gioco di squadra, qualità imprescindibili di ogni attività di successo. Le direzioni aziendali sanno bene che per controllare e guidare le maestranze, devono provocare rivalità e fomentare discordie. In verità solo le bestie competono gli uomini collaborano. Non è un caso se i grandi salti nella scienza e nella tecnologie sono tutti figli della cosiddetta collaborazione estesa

Meglio 300 spartani che 3000 persiani

Il sindacato non vince per i numeri che rappresenta ma per la compattezza della sua base associativa. Ecco perché, prima di elaborare qualsiasi strategia, è bene verificare il consenso e la disponibilità al rischio del proprio esercito. Il programma sindacale deve essere capillarmente comunicato, spiegato, compreso, discusso ed accettato dalla base associativa. L’azione sindacale deve essere ordinata e coordinata da sindacalisti competenti, onesti e di comprovata lealtà. L’organizzazione deve coinvolgere tutti i lavoratori. Va digerito il principio che “Chi non è con Noi è contro di Noi”. Nel confronto sindacale i lavoratori che non prendono posizione, depotenziano il progetto e puntellano le posizioni avversarie. Le battaglie per il riscatto dell’uomo non si combattono al bar, sui social o con le chiacchiere, sono momenti di azione, di rischio, di sofferenza e anche di decisioni difficili. Di fronte a chi si dichiara neutrale si dovrà agire con l’isolamento; una scelta che ripugna ma un’opzione obbligata.
Non confondere mai l’amicizia con il lavoro. La prima non è contrattualizzata, è disinteressata ed altruista, il secondo è l’esatto contrario. Quando si lavora “L’amicizia è sospesa”. Lasciarsi convincere dell’incontrario è una debolezza che si può pagare a caro prezzo e il 57% dei licenziamenti ce lo ricorda statisticamente.
La forza dei numeri risiede anche nelle alleanze e negli accordi di collaborazione che si realizzano con associazioni e comunità che perseguono interessi uguali o affini. Da qui la necessità di non essere soli quando si deve usare l’artiglieria.
Stabilito che il fronte di lotta deve associare maestranze consapevoli e disponibili ad affrontare l’incognita di uno scontro, il sindacato dovrà garantire negoziatori abili e preparati. Se la formazione è un diritto costituzionale per i lavoratori, per i loro rappresentanti sindacali dev’essere un dovere imprescindibile. “Scientia potentia est”. Sapere è potere e la forza delle argomentazioni smonta, ribalta ed annichilisce le tesi avversarie, non raramente facendole apparire anche ridicole. Il sindacato deve combattere su tutti i fronti della debolezza aziendale anche se l’obiettivo, va chiarito, non è quello di danneggiare l’azienda ma di costringerla a trattare su un piano di vantaggio sindacale.

Quando il sindacato vinceva. Un esempio degli anni 70

In un’azienda del milanese (220 dipendenti , siamo nel 1975) le maestranze decidono di non lavorare se non a condizioni di salario ragionevoli in relazione al tipo di prestazione corrisposta. Questa linea è condivisa e rispettata da tutti i lavoratori che per oltre 1 mese scioperano, boicottano il lavoro, isolano i collaborazionisti e manifestano la loro rabbia (la società era fortemente in utile). Dopo 41 giorni di minacce di licenziamento, di chiusura dell’azienda e di delocalizzazioni, l’impossibile diventa possibile e le retribuzioni crescono mediamente del 35%. L’azienda cerca, successivamente, di prendersi una rivincita, di individuare e punire i fomentatori, di comprare i più fragili e di dividere le maestranze. Non ci riesce perché i lavoratori restano uniti e reattivi. Non solo …. Fatto inspiegabile per i fautori della frusta, per tre esercizi di fila gli utili di quell’azienda raddoppiano rispetto alle gestioni precedenti e scompare l’assenteismo.

“Chi non ambisce ad un futuro in catene si prepari alla lotta, perché nessuno regala pasti gratis” Parola di Milton Friedman, premio Nobel per l’Economia e campione della teoria economica che uccide il lavoro.

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